Bela Lugosi e Boris Karloff

La nascita del cinema horror, anche se in un’accezione diversa da quella che conosciamo oggi, è da ricondurre alla scuola espressionista tedesca, che con le sue scenografie deformate e stilizzate, faceva leva sulle trasposizioni cinematografiche dei romanzi romantici di maggior successo in Europa, nei primi anni ’20. E se all’epoca l’intenzione era quella di denunciare la situazione della Germania con l’avvento di lì a poco del nazismo, la corrente horror degli anni ’30 avrà il compito di fornire un momento di evasione oltre che un conforto nel Bene che sempre trionfa, in un’America afflitta dalla più pesante crisi economica della storia. E non a caso era creata da quella stessa intelighentia teutonica che, fuggita dalla madre patria per motivi politici, aveva portato con se la propria tradizione romantica. La figura maggiormente importante dell’epoca fu certamente Carl Laemmle, tedesco autoctono, che si impegnò in un’intensa produzione: i suoi collaboratori, quasi tutti europei, non dimenticavano l’eredità gotica della loro tradizione e si rifecero a storie ben note, cominciando proprio dal Dracula di Bram Stoker. Per l’interpretazione del Conte, la scelta di Tod Browning, il regista ufficiale del film (quello ufficioso fu Karl Freund), era andata a Alonso “Lon” Chaney, detto “l’uomo dai mille volti” per la sua passione per i trucchi scenici che lo rendevano irriconoscibile, ma la sua morte prematura fece cadere la scelta su Bela Blasko, conosciuto come Bela Lugosi, un attore ungherese che si era già fatto notare con la sua interpretazione teatrale del Dracula.

Lugosi fu scelto per la sua eleganza, il suo fascino remoto e aristocratico, sottilmente malvagio, che male celava sotto una maniera cortese, un’untuosità tale da lasciare presagire le sue intenzioni malefiche. E’ un personaggio con accento transilvanico, ungherese per l’appunto, mellifluo, che rafforza l’immagine dello straniero che sconvolge. A differenza di Chaney che affidava lo stupore per le sue interpretazioni soprattutto alle maschere indossate, l’attore ungherese non volle mai adottare i finti canini, né accettò pesanti trucchi per il volto, si limitò ad incipriarsi un poco per accentuare il pallore esangue e le occhiaie incavate, e così dimostrò che la potenza di una recitazione non ha bisogno di trucchi particolari.

La sua interpretazione ipnotica e ammaliatrice si distinse al punto da essere il prescelto per il ruolo del mostro nel Frankenstein tratto dal romanzo di Mary Wollestonecraft Shelley: il film doveva essere diretto, in un primo momento da Browning, ma quando Lugosi si rifiutò di indossare la maschera del mostro, perché lo rendeva irriconoscibile, la direzione fu affidata a James Whale e per protagonista fu scelto l’inglese William Henry Pratt, noto come Boris Karloff. Sebbene fosse il suo sessantesimo film, la fama non ripagò immediatamente Karloff delle lunghe ore dedicate alla fase del trucco. Karloff dichiarò spesso in seguito che fu proprio grazie al make up di Jack Pierce che il film ebbe successo, ma si è di tutt’altro avviso: sebbene gli occhi, ed erano lo strumento attoriale maggiormente sfruttato dall’attore, fossero pesantemente truccati, Karloff riesce a comunicare con uno sguardo infantile panico, confusione, e reale disturbo attraverso una maschera destinata a terrorizzare e a creare repulsione.

Entrambi gli attori si erano fatti le ossa sui palcoscenici, per poi passare, una volta giunti negli Stati Uniti, al cinema con piccole parti, spesso come comparse, e riuscirono, più o meno fortunatamente, a creare dei miti per la storia del cinema, quella del cinema dell’orrore, in particolare. I loro personaggi, in un modo o nell’altro, fanno ancora oggi rabbrividire il pubblico, circa settant’anni dopo le loro prime apparizioni sugli schermi. E non a caso sono presi insieme ai loro film come punto di riferimento da attori e registi del genere.

Quella di Bela Lugosi fu una carriera piuttosto particolare, segnata da lunghi sacrifici e da non poca sfortuna: certo, il carattere dell’attore ungherese non era tra i più malleabili, ma insieme a scelte poco propizie, egli fu capace di rovinare la propria carriera con le sue stesse mani: ossessionato dall’unico personaggio che lo aveva fatto conoscere sia come grande attore che come nuova leva del genere, cominciò a credere di essere veramente un vampiro, dormendo in una bara e chiedendo di essere sepolto con quello che era stato il suo mantello di scena nel film sul Conte. Dispiace comunque, che un attore le cui potenzialità non furono sfruttate al meglio, e che certamente erano ancora tutte da scoprire, fosse così messo da parte dagli stessi che lo avevano acclamato. Con tristezza il film Ed Wood di Tim Burton ci rivela gli ultimi e solitari anni di vita di questo attore criticamente deriso. Fu un uomo pesantemente segnato dalla sua stessa personalità, convinto della propria origine, che non volle piegarsi all’americanizzazione cui tutti gli attori europei, anche Karloff, si adattarono. Egli rimase per sempre il Conte, straniero in terra straniera. Inoltre non volle mai deludere i fan vendendosi in altri ruoli che non fossero quello del vampiro, così almeno era solito giustificarsi.

Al contrario, la carriera di Karloff proseguì fino alla sua morte sempre sulla cresta dell’onda: disposto ad interpretare tutti i personaggi possibili, si distinse per la sua versatilità, che lo faceva passare dal mostro più terrificante creato da pezzi di cadaveri, ad un guerrigliero capo tribù indiano. Ancora oggi, i bambini amano travestirsi dal mostro creato da Frankenstein, con maschere aventi le sembianze dell’attore inglese, che le fabbriche non smettono mai di produrre. Un uomo destinato a sopravvivere oltre la morte nell’immaginario collettivo di tutti gli amanti del cinema e non.

Le due carriere di questi straordinari attori si incontrarono in ben sette film, ma tra i due non ci fu mai un vero rapporto professionale o d’amicizia che andasse oltre questi episodi. Bisogna ricordare lo splendido Black Cat di Edgar G. Ulmer (1934), un delizioso quanto sinistro confronto tra i due, aventi ruoli contrapposti, ma di uguale mistero ed intensità drammatica; e La Jena o L’Uomo di Mezzanotte di Robert Wise (1945) in cui Lugosi interpreta una piccola parte, purtroppo per lui, letteralmente offuscata da quella di Karloff, visto che il suo personaggio viene proprio ucciso da quest’ultimo. Una vicenda nota all’ungherese, questa del suo offuscamento da parte di Karloff, poiché con il suo rifiuto del ruolo di Frankenstein aveva segnato tutta la sua carriera mandandola per aria, aveva segnato quella di Karloff permettendogli di raggiungere fama mondiale, aveva segnato la storia del cinema in definitiva: buon per noi, perché Frankenstein non sarebbe stato quello splendore che conosciamo.

CARMEN LOIACONO

 

 

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