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KILL BILL IL QUARTO FILM DI QUENTIN TARANTINO LA SPOSA IN GIALLO Kill Bill è la storia di una donna che ha deciso di rinunciare al suo ruolo di assassina di professione per sposarsi con un bravo ragazzo. Ma il capo della sua organizzazione, Bill, disapprova e il giorno delle nozze invia una squadra di killer per fare una strage. La sposa sopravvive e decide di vendicarsi dei suoi vecchi colleghi e, ultimo della lista, di Bill. La trama del primo volume di Kill Bill è semplice, quasi banale e, apparentemente, non dice molto di nuovo rispetto ai classici action movie in cui il protagonista, per vendicarsi di un torto subito, è autorizzato, in modo tacito, a far schizzare sangue a volontà. Ma questo soltanto in apparenza. E’impossibile entrare nel mondo di Tarantino se non si utilizza il suo stesso linguaggio, cioè quello citazionista e referenziale. Il riferimento meno occulto è quello alla tradizione dei film hong-konghesi di arti marziali che da Bruce Lee in poi hanno imperversato in Occidente e che, ripresi negli anni novanta in chiave di “balletti balistici” dal talento di John Woo, hanno dettato le regole del cinema di azione hollywoodiano.
Ad esempio, il regista fa indossare a Uma
Thurman la stessa tuta gialla che Bruce Lee portava ne “L’ultimo
combattimento di Chen” e dota un cattivo dell’entourage della crudele
Oren-Ishi della Non mancano all’appello i film giapponesi di yakuza, in particolare quelli del regista Kinja Fukasaku, lo Scorsese del Sol Levante. Tarantino infatti cita parte della colonna sonora di Battle without honor and humanity e ricicla anche una sua attrice (Chiaki Kuriyama di Battle Royale) che impersona la folle lolita Go-go Yubari. Ma il gioco citazionista non è finito: non si contano le strizzate d’occhio al mondo degli spaghetti western, dei fumetti e dei telefilm, sia nella colonna sonora che nelle immagini, dalla musica di Ironside a quella di Morricone de Il buono, il brutto e il cattivo, all’abbigliamento alla Star Trek dell’improbabile personaggio di Sophie Fatale, al monologo di David Carradine sulla vera identità di Superman. Un altro fondamentale riferimento lo troviamo in “A band apart”, la storica casa di produzione dei film di Tarantino dai tempi di Reservoir Dogs che prende il nome dall’omonimo film di Godard. I riferimenti alla Nouvelle Vague francese in realtà non sono così occulti: basti pensare alla pellicola La sposa in nero di François Truffaut, tratta dal celebre noir di Cornell Woolrich, la storia di una donna che si vendica dei cinque uomini che le hanno ucciso il marito durante la cerimonia nuziale. Ma le somiglianze con gli autori della Nouvelle Vague non sono tanto a livello contenutistico quanto stilistico. Ispirandosi e citando modelli stranieri, e in particolare autori del cinema noir americano, i registi francesi vogliono dare più freschezza e spontaneità alle loro pellicole: una forma di innovazione che passa attraverso la finzione e l’ostentata imitazione e che non può non ricordarci la poetica di Tarantino.
LA DONNA CHE VISSE PIU’ VOLTE In Kill Bill volume 1 la finzione regna sovrana: a partire dal vestito di Elle Driver che in realtà è un’impermeabile disegnato, agli improbabili combattimenti della sposa che con l’aiuto della sola katana sbaraglia gli 88 Folli, fino alle continue morti e resurrezioni della protagonista. Perché di vita dopo la morte si tratta e in piena regola, a partire da quando la Sposa si risveglia dal coma, fino alla sua spettacolare fuoriuscita dalla tomba, che ricorda i morti viventi di Romero e i Vampires carpenteriani. E in fondo il cinema di Tarantino può definirsi vampirico quando si rivitalizza e rinasce attingendo a miti e immagini altrui, rinnovandosi perennemente e dando nuova dignità a modelli e generi relegati al passato. Così The Bride rivive in tutti e due gli episodi del film sempre sotto nuova forma: non è un caso infatti che il regista non abbia voluto rivelare subito il suo nome per evitare di cristallizzarla in un’identità definita. The Bride, alias Black Mamba, alias Beatrix Kiddo, alias Mummy: i nomi riassumono l’evoluzione della protagonista e nel contempo del cinema di Tarantino. Dall’iperrealismo di Pulp Fiction (che dichiara fin dal titolo di essere una finzione) e in cui i personaggi sono quasi delle sagome ironiche e autoreferenziali si approda all’intimismo di una pellicola come Jackie Brown in cui i personaggi vengono analizzati e quasi “radiografati” in ogni loro sfaccettatura.
Emergono ancora una volta il desiderio e la capacità del regista di sorprendere lo spettatore con visioni mai scontate: il secondo volume di Kill Bill può sconcertare, così come ha sconcertato Jackie Brown dopo Pulp Fiction, ma questo succede a chi tende a ingabbiare Tarantino in un genere, mentre la sua tendenza è quella di rielaborarli creando qualcosa di “altro”.
LOVE IN A BLUE TIME Kill Bill esordisce quindi come un action movie di arti marziali sullo stile dei film di Hong Kong ricco di sangue, combattimenti e violenza gratuita, per poi trasformarsi in una specie di melodramma in cui la protagonista ritrova la figlia che credeva morta, è costretta ad uccidere la persona che ama e, da bounty killer che era, scopre la sua vocazione di mamma. Il film si rivela la storia di una donna che da Kiddo “bambina” diventa sposa e poi madre e per questo la donna deve combattere non tanto contro degli avversari tangibili ma piuttosto contro il suo lato oscuro: Kill Bill parla dunque di una seminatrice di morte che si trasforma in latrice di vita.
Sotto quest’ottica tutta la pellicola
assume un suo senso, a partire da quello che dovrebbe essere il penultimo
combattimento della pellicola che non avrà neppure luogo per merito, estrema
ironia, dell’intervento risolutore di un test di gravidanza (!). Si pensi
inoltre all’attesissimo duello finale In fondo la lotta più difficile da intraprendere è quella contro se stessi e Bill, lato oscuro di Beatrix, non la minaccia con armi sofisticate, ma la mette semplicemente davanti alla figlia, sangue del suo sangue. Ed ecco un altro aspetto della genialità di Tarantino, che sta non soltanto nello stupire lo spettatore, ma anche nel sapergli anticipare situazioni ed eventi in tempi non sospetti. Infatti la prima scena di Kill Bill è proprio quella in cui una bambina (la figlia di Vernita Green) viene messa davanti all’orrore della violenza e della morte: una scena che riassume il senso del film e la conflittualità alla base delle scelte della protagonista. Senza contare il tocco di classe che si coglie soltanto nell’edizione originale: fin dall’inizio del volume 1, mentre la osserva agonizzante, Bill chiama The Bride col suo vero cognome (Kiddo), ma lo spettatore ne comprende soltanto il primo significato, cioè “bambina”, ignaro di essere esposto nei primi minuti non soltanto al vero nome della protagonista ma nello stesso tempo al motore dell’intera pellicola. Recensione di © Cristiana Astori 2004
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