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PELLICOLE (MAI) PERDUTE

Edgar Allan Poe, 

ovvero il demone della perversità.

Dal convegno internazionale su Poe a Verona

 

ASPETTAMI!  IO NON MANCHERò

d'INCONTRARTI NEL PROFONDO...

(dA "L'APPUNTAMENTO" DI E. A. POE)

 
 

 

 

Ci sono occasioni a cui si ha la sensazione di non poter mancare. Una di queste è il festival “Fantàsia, libri oltre il possibile”. La manifestazione, che si è tenuta dall’11 al 14 aprile, comprendeva numerosi appuntamenti davvero ghiotti per gli amanti del fantasy e del mistero, tra cui dibattiti e incontri a cura della Società Tolkieniana, la proiezione in lingua originale di “The Lord of the Rings”, mostre di fumetti e esibizioni live di giochi di ruolo, incontri con sceneggiatori e scrittori dell’immaginario.

La cornice ha notevolmente contribuito ad accrescere il fascino della manifestazione: Verona la città scelta da Shakespeare per la sua opera più conosciuta, Giulietta e Romeo, ed il palazzo ospitante, Palazzo della GranGuardia, che fronteggia uno dei luoghi cult per la musica lirica estiva: l’Arena. Verona bella e romantica per quattro giorni si è trasformata in misteriosa ed immaginifica.

Ma la parte più interessante è stato “Fantastico Poe” il convegno internazionale su uno scrittore che ritengo imprescindibile non soltanto per i fans sfegatati di letteratura horror, ma per gli amanti della letteratura in generale.

La scrittura di Poe esercita, su chi è disposto a lasciarsi suggestionare, un fascino molto forte; lo posso testimoniare io stessa che ho avuto il mio primo incontro col caro “Eddy” quando frequentavo ancora le medie. Ricordo quel volume “Gli assassinii della Rue Morgue”e il modo in cui mi aveva stregato dallo scaffale di una polverosa biblioteca scolastica. Sarà stato il profumo delle pagine o il titolo intrigante, tant’è che avevo subito deciso che sarebbe stato mio, in mezzo a  chi mi guardava come una pazza pensando che entro15 giorni avrei dovuto portarne la relazione.

La parola chiave del convegno, come di tutto il festival, è stata l’immaginazione, che costituisce in fondo la cifra stilistica della poetica dello scrittore. Gli interventi, curati da docenti universitari italiani e stranieri e da scrittori e giornalisti, si muovevano lungo quella sottile linea d’ombra che separa la letteratura dall’antropologia, dalla poesia, dal cinema, dalla musica…

Gli scritti più citati e elogiati sono stati Gordon Pym e Berenice.

Gordon Pym, unico romanzo dell’autore, possiede secondo Rubeo (Università di Roma) una struttura che tende ad annientare il lettore.

corman19.jpg (5099 byte) Il narratore è infatti una persona che scrive di se stesso a dieci anni di distanza dal suo viaggio e che instaura col suo attore (il se stesso del passato) un rapporto contorto. Il Pym attore diventa perciò vittima dell’ironia e della mancanza di scrupoli del Pym narratore in un rapporto che, aggiungo io, assume tratti schizofrenici e masochisti. La cronaca del viaggio, dunque, se da un lato dà verosimiglianza al testo, dall’altro lo mantiene sempre sull’orlo del paradosso, gli toglie credibilità: provate infatti a immedesimarvi in un personaggio che è bersaglio dello scrittore e pure di se stesso!

Eppure, come dice Roland Barthes, The thing does work, ovvero: se chi legge è riuscito a sopravvivere per 25 capitoli senza mai smettere, ciò significa che le cose funzionano. Così il Gordon Pym viene definito scherzosamente “omeopatico” proprio perché assuefà il lettore attraverso continui spiazzamenti.

“Volesse Dio che non li avessi mai guardati, o che avendoli guardati, fossi morto!”

Chi ha letto Poe, e in particolare alcuni suoi racconti, non dimenticherà gli occhi, ma soprattutto i denti di Berenice, icona per eccellenza dell’amore necrofilo dello scrittore. Sandrini dell’Università di Verona analizza questo sentimento: amore di vampiro, dice, amore di volontà e rifiuto di accettare la morte. Insomma, il Poe di Berenice, Ligeia e Morella è colui che succhia la vita e si salva e poi scrive di questo suo delirio di salvezza e di immortalità che per molti versi si avvicina al teatro della crudeltà di Artaud.

Un altro tratto degli scritti di Poe è la componente visionaria di cui sono debitrici tutte le arti, musica, pittura , ma soprattutto il cinema.

L’inquietante mostro che sia arrampica su una finestra e poi agli occhi dello spettatore diventa un innocuo insetto ha ispirato ad Ejzenstein l’idea tecnica della sovrapposizione di piani nel rappresentare i teschi e i pellegrini in “Que viva Mexico!”.

Lo stesso Hitchcock non sarebbe stato Hitchcock se non avesse letto Poe, così come d’altronde, tutto il cinema thriller - horror, da quello degli anni 30 con Karloff e Lugosi, fino ai film della Hammer, per non citare i film indipendenti e low-budget del grande Roger Corman.

Lo sceneggiatore e scrittore Gianfranco Manfredi ha illustrato al convegno due gioiellini cormaniani, “I vivi e i morti” e “La maschera della morte rossa”, entrambi tratti da racconti dello scrittore ottocentesco. Corman si è avvalso di sceneggiatori di talento come Richard Matheson e Charles Beaumont, già ideatori di Twilight Zone (Ai confini della realtà).

Interessante l’excursus su Beaumont (Charles Leroy Nut) che pare abbia vissuto una vita affine ai romanzi di Poe, tiranneggiato da una madre a dir poco inquietante  che lo vestiva da bambina e che per castigarlo gli uccise davanti un animale domestico. Al povero Beaumont, dal temperamento anarchico e imprevedibile come un jazzista, toccò un destino crudele: si ammalò di senescenza precoce e morì a 38 anni dimostrandone 95, seguendo la stessa sorte di un suo amato personaggio, William Jackson.

Tornando al cinema, non sono la trama o il genere che definiscono un film “alla Poe”: la grande eredità dello scrittore sta nel suo talento visionario, nella lucidità delirante con cui il terrore si trasforma in spettacolo e soprattutto nella capacità di lasciare al pubblico un disagio emotivo profondo:

“E ora vi dico che ho avvertito i primi suoi deboli movimenti dentro la bara. Li ho avvertiti da molti, da molti giorni; ma non osavo, non osavo parlare! E adesso… stanotte… Ethelred…ah, ah!…forse che lei non giungerà subito? Non ho già avvertito i suoi passi, su per la scala? Non distinguo forse il battito pesante , terribile del suo cuore? Pazzo! Vi dico che ora essa è dietro la porta!” (E. A. Poe, La rovina della casa degli Usher).

Venturi, musicologo, dà un quadro delle  musiche ispirate allo scrittore: pezzi tratti dal film di Epstein rimbombano nella sala incatenando gli spettatori alle poltrone, poi spazia da “Il pozzo e il pendolo” di Ivan Fossati, all’ “Assassinio di Rue Morgue” degli Iron Maiden fino ad Alan Parsons Project e a una discreta “Poetry” di Lou Reed.

Il rosso, il nero  e il bianco sono i colori che sono stati avvicinati alle opere dello scrittore.

Il rosso, secondo Bianca Tarozzi, compare nel suo significato contraddittorio, simbolo del sacrificio e della figura messianica, ma anche del peccato, essendo il colore del sangue e quello con cui si ammanta la prostituta di Babilonia nell’Apocalisse. 

Il nero si riferisce al dim (labile, opaco), termine che compare spesso nelle poesie di Poe, ed è il vague tradotto da Mallarmè, la cosiddetta poetica dell’oscuro, la qualità di ciò che non appartiene al visibile, dunque la creazione dei simulacri, il fantastico.

Il più letale è però il bianco accecante che in Gordon Pym è il colore della morte. In fondo, la vera paura dell’uomo occidentale non sono gli Inferi ma il Paradiso, cioè il sogno mistico, la completa perdizione della visione. Il terrore di un esperienza totale che è quella della contemplazione del divino simbolico è presente in Poe proprio attraverso il bianco che annulla e disintegra tutti i colori e che come esperienza è stata singolarmente accostata a quella delle droghe degli anni Sessanta.Poe antesignano della psichedelia? Chissà…

In ogni caso, un messaggio essenziale che possiamo trarre da Poe è quello di seguire il nostro demone della perversità. Esso è, secondo lo scrittore, ciò che porta l’individuo a fare ciò che non vuole fare. Senza essere un esortazione a compiere crimini orrendi, esso rappresenta la capacità di arrendersi al doppio che è in noi, al nostro lato oscuro.

Marina Bulgheroni testimonia che il demone di Poe è stato fondamentale per la sua attività di scrittrice.

E in fondo la scrittura è proprio questo: sapersi arrendere al sogno, accettare le proprie metamorfosi e sdoppiamenti, dialogare con l’inconscio.

Forse non raggiungeremo il talento di Poe, ma vale la pena provare, se non altro può essere catartico!

Tulip