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Torino Film Festival 2000: luoghi ombre visioni.

 

Se si attraversa Torino, magari in quell’ora particolare in cui non è ancora notte ma il sole sta già scomparendo, non si può non notare quella finestra, lassù, in piazza CNL dove un corpo di donna ha sfondato la vetrata nella città immaginaria di Profondo Rosso o lasciarsi distrarre dal lento scorrere delle acque torbide del Po… e poi ci sono le voci e gli odori del mercato di Porta Palazzo in cui Fruttero & Lucentini hanno ambientato i delitti della Donna della Domenica tra l’aroma del kebab e il profumo pungente degli agrumi, la statua angelico-demoniaca di Piazza Statuto, i gatti imbalsamati al Museo Egizio…

Ecco perché il TFF è un’istituzione che secondo me trova il suo senso soltanto nella cornice torinese: sicuramente i maniaci del glamour andranno pazzi per la sfilata veneziana di star o per il fatto che se sei in laguna i primi di settembre puoi anche  salire sul vaporetto e incrociare Harrison Ford o  uscire da un Mc Donald e imbatterti in Richard Gere che ti fa l’autografo.

Il pubblico del TFF è invece differente: si aggira nell’atrio del Reposi, perfettamente a suo agio tra la locandina di “Zombie” e quello di “Voglio la testa di Garcia”, forse ha gli occhi un po’ arrossati per la luce forzata dopo ore di oscurità  e un forte pallore che ben si addice alla natura vampiresca della settima arte e soprattutto non ha intenzione di perdersi i film. D’altronde è piuttosto raro un festival che non bada allo starsystem e in cui i film mediorientali non sono i 2/3 della programmazione

L’anteprima dell’ “Esorcista” fa registrare il tutto esaurito. Le scene aggiunte non sono numerose, ma l’interesse dell’operazione sta nel poterlo vedere su grande schermo e interamente rimasterizzato: le gesta di Regan sono notevoli, tra vomito verde, voce gutturale e “sacre masturbazioni”.

E’ poi la volta di “The American Nightmare” in cui autori del calibro di Cronenberg, Carpenter, Craven, Hooper, Romero e Landis ricostruiscono la mitica stagione dell’horror americano (1968/78) tra spezzoni di film e interviste. Tobe Hooper racconta la genesi dei suoi incubi “ una volta ero un bambino che si spaventa, adesso sono un bambino che ama spaventare gli altri”; Romero descrive quella volta in cui era a caccia di un distributore e guidava nel buio con una copia della “Notte dei morti viventi” sul sedile posteriore, la stessa notte in cui hanno ucciso Martin Luther King; Cronenberg compare a sorpresa, col suo tipico aplomb canadese, anche se interamente circondato dai parassiti, nelle sequenze finali del “Demone sotto la pelle”. Simon, allievo di Corman e collaboratore di Cameron, descrive con coinvolgimento ma anche ironia: un imperdibile per tutti i patiti del genere, a tratti quasi commovente.

Se qualcuno è ancora scettico sul genere “documentario”, cambierà sicuramente idea dopo “Mr Death: The Rise and Fall of Fred A. Leuchter, Jr”, l’ultimo docu-film di Errol Morris dedicato al “dottor Morte”, un ingegnere che ha passato l’esistenza a studiare come togliere la vita ai condannati a morte per diminuirne la sofferenza e che sostiene che l’Olocausto non è mai esistito. Come al solito Morris parla di una realtà così paradossale da sembrare fiction in modo tagliente e scrupoloso. Cercatelo, è stato girato per Channel 4.

E’ da segnalare anche “Grass” del canadese Mann, un documentario sulla marijuana che accusa il governo americano di aver strumentalizzato la droga leggera per emarginare soggetti anticonformisti: immagini di repertorio e tanta psichedelia, condite dalla voce narrante di Woody Harrelson      (lo scoppiato di Natural Born Killer) e dalle animazioni underground del fumettista Paul Mavrides.

George Romero, oltre ad essere l’ospite d’onore di quest’edizione (l’anno scorso era toccato a Carpenter J) presenta il suo ultimo lungometraggio “Bruiser – Revenge has no face”, un thriller un po’ troppo televisivo ma con effetti speciali interessanti (niente computer grafica, tutto stile anni 80). La storia narra di un uomo che, scopertosi una mattina senza più volto, decide di vendicarsi di tutti quelli che gli hanno fatto subire dei torti, tra cui il classico principale bastardo e la moglie traditrice. Il film vuole essere una critica della società dell'apparenza, ma la parte più riuscita è la scena finale, quella del festino satanico con il buffet a base di finte dita umane.

Che ci fa il volto da angelo dannato di Jared Leto che tenta di baciare Jennifer Connelly attraverso un impietoso split screen? E chi è che trascina un ingombrante televisore lungo la passeggiata di Coney Island? E perché Ellen Burstyn si impasticca guardando i telequiz? Non rivelerò molto di “Requiem for a dream”, l’ultimo capolavoro di Darren Aronofsky, (“Pi greco, il teorema del delirio”) tratto da un romanzo di Hubert Selby Jr. Si tratta però dell’opera migliore del festival (e anche il sito non è da meno: www.requiemforadream.com ), un vero e proprio viaggio fisicamente destrutturante nell’inferno delle dipendenze, la cui visione vale da sola un cocktail di droghe e psicofarmaci più una corsa sulla giostra peggiore del luna park. Un sacrificio indispensabile, meglio se a digiuno.

Non manca lo spazio per i B-movie, tra cui “Attack of the bat monsters” di Kelly Greene che si laurea con una tesi sui film di fantascienza degli anni 50 e gira un film sul “making of” di un film di mostri del ‘59.

Anche il trash abbonda, ma mi limiterò a citare quello DOC perché inconsapevole: parlo dei corti di Asia Argento che dopo gli atteggiamenti trendy - maudit di Scarlet Diva scopiazza la Bertè indossando una parrucca davanti allo specchio e cantando con i lucciconi e il trucco sbavato. Imbarazzante la scena delle due che corrono su una lunga macchina rossa e cromata vestite stile anni 80 e poi si abbracciano, per poi mutare cronenberghianamente l’una nell’altra(“Loredasia”); inquietante anche “La scomparsa” in cui la telecamera di Asia viaggia sul corpo celestiale di una violoncellista tra veli bianchi, poesie esistenziali e ascelle mal depilate.

Da segnalare anche la sezione dedicata a Budd Boetticher, con una retrospettiva dei suoi western migliori, tra cui l’introvabile “Seven men from now” con un Randolph Scott incorruttibile e Lee Marvin giovane e cattivo. Con ritmo e sceneggiatura impeccabili, è uno dei pochi western che riesce a far presa anche sulle ragazze presenti (me compresa!).

Un altro aspetto positivo del TFF è che si può partecipare a tutte le proiezioni anche senza doversi procurare particolari accrediti: una ragione in più per andarsi a rovinare gli occhi ed uscirne felici.

 

by Tulip

 

 

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