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Quest’anno sopravvivere a Venezia è stata un’impresa più ardua del solito che ha messo alla prova la resistenza di migliaia di cinefili. La mostra ha infatti continuato, come gli altri anni, a sfoggiare il suo baraccone mondano e patinato, ma ha tenuto sempre meno conto delle esigenze degli appassionati. Le proiezioni dei film erano diminuite di numero e ad orari stranissimi (provate ad alzarvi alle sei e venti del mattino per vedere Carpenter!), i posti a sedere limitati, le file interminabili.  

Se poi si pensa che il cinefilo è animato dallo spirito del collezionista, cioè vedere più film possibili (anche sei o sette al giorno) si comprenderanno alcuni momenti di follia pura in cui sono rimasta coinvolta. Innanzitutto il pestaggio all’ingresso del cinema tra il pubblico e gli accreditati che intonavano Bandiera Rossa e La Marsigliese e insultavano il personale di sorveglianza, il tutto per un film (quello di Woody Allen) che quando girerà nelle sale sarà regolarmente snobbato. Da non dimenticare il sit - in all’interno della sala da parte di chi non voleva uscire e finire in fondo alla coda per From hell con Johnny Depp, senza citare le frasi di insulto all’organizzatore Alberto Barbera scritte un po’ ovunque tipo “Ma il Barbera non è un vino?”eccetera.

Lo spirito del collezionista ha continuato a colpire anche durante la “caccia ai gadget”, ovvero gli oggetti del desiderio della Mostra: i più trendy erano considerati la t-shirt di AI, quella di Studio Universal con un occhio gigante e le spille della pattuglia marziana del film di Carpenter. Per questi ci si poteva anche massacrare, di certo non per la maglietta sul film con gli Articolo 31, che mi hanno praticamente infilato nello zaino.

Altro momento d’obbligo : le foto e gli autografi ad attori e registi. Tra i più presuntuosi c’è sicuramente Moretti: vede che lo fotografi ma fa finta niente e continua a parlare, intanto si mette in posa e ti guarda con la coda dell’occhio: molto “Ecce bombo”. Tra i più morbosi, Tinto Brass, che sta ad ascoltare le confessioni delle ragazzine insoddisfatte del loro fondoschiena. 

Presa da tutto il baraccone stavo dimenticando i film, la cui qualità sembra ogni anno peggiorare e non si sa se la colpa è di chi li fa o di chi li sceglie.

Ad esempio, se nelle scorse edizioni i film italiani proposti erano “Radiofreccia” di Ligabue (1998), “Come te nessuno mai” di Muccino (1999), “I cento passi” di Giordana (2000), quest’anno ci è toccato “Luce dei miei occhi” di Piccioni. Immaginate personaggi malinconici su sfondi scuri che muovono appena le labbra, storie strappalacrime di bambine che devono essere tolte ai genitori, amori tormentati e mediocri. E come se non bastasse, la voce fuori campo del protagonista che finge di essere un eroe dello spazio (sic!) e parla con voce atona su una musica ripetitiva stile Massimo Volume. Una miscela narcotizzante, soprattutto per chi si è svegliato all’alba.

La noia ha continuato a proliferare anche nell’ultimo film di Rohmer, “L’anglaise et le duc”, un polpettone televisivo ambientato durante la rivoluzione francese in cui non si fa altro che discutere in interni dipinti e non vola neppure una testa; poi è stata la volta di “Le souffle” di Odoul, che secondo l’autore doveva essere la storia “dell’incoscienza di un destino individuale e della sua realizzazione”, ma che a molti è sembrato un’imitazione trash di Cinico Tivù.

Tra i flop della Mostra c’è anche “Waking Life” di Linklater, (il regista di “Prima dell’alba”) che ha realizzato un film interamente animato sulle origini della vita : immaginatevi il pupazzo di Ethan Hawke che, a letto con la ragazza, parla di cellule, neuroni e della relatività, come in un documentario scolastico.

Originali, invece, i “diari della Sacher”, documentari prodotti da Moretti e tratti da storie di vita vera : “Ca Cri Do Bo” sono le iniziali di quattro adolescenti amiche per la pelle che, negli anni 30, tengono un diario oggi presentato dalle due amiche rimaste, Ca e Bo; “Antonio Ruju, vita di un anarchico sardo” è invece l’intervista a un novantenne di rara intelligenza e ironia che restituisce una visione sana dell’anarchia e che ha sollevato in platea commenti entusiasti e battiti di mani. Tra gli italiani spicca anche “Luna rossa”, una tragedia  shakespeareana sulla camorra, con un’inedita Licia Maglietta (Pane e tulipani) e “Figli” dell’italo - argentino Bechis, la storia di un ragazzo della buona borghesia italiana che scopre via mail di avere una gemella in Argentina e di essere figlio di desaparecidos. Toccante e imperdibile.  

I più grandi cult della mostra sono però “The others” di Alejandro Amenabar e “Fantasmi su Marte” di John Carpenter. Il primo è una storia di fantasmi girata magistralmente, con un’ inquietante Nicole Kidman e un finale a sorpresa da far saltare sulla sedia, l’altro basta dire che è di Carpenter e che ha ricevuto un 10 pure dalla Tornabuoni. Si tratta di un’ora e mezza tiratissima tutta azione, western, horror e fantascienza con musiche rock metal ad altissimo volume scritte dallo stesso regista, e con una sorpresa: una sostituta femminile di Kurt Russell che di  certo non si perde in chiacchiere.

“Artificial Intelligence” di Spielberg è stato accolto freddamente, sia perché ci si aspettava il distacco e il pessimismo di Kubrick e si è invece avuto a che fare con una favoletta, ma anche perché il bravo Steven non ha saputo resistere e ci ha infilato (completamente fuori luogo) i suoi amati alieni. Saputello ma in gamba il piccolo protagonista Hael Joey Osment (“Il sesto senso”) che ha tredici anni, fisicamente ne dimostra dieci ma dice frasi tipo “Non sono un genio, sono solo un bambino e ho pur sempre bisogno di un porto sicuro”. Vabbè.

Un’altra grande attesa di Venezia, rivelatasi poco convincente, è stato “From hell” dei fratelli Hughes, la storia di Jack lo Squartatore (tratta dall’omonimo fumetto di Moore e Campbell) raccontata in modo stereotipato e convenzionale, con virtuosismi inutili da spaventare sì e no qualche adolescente poco smaliziato. Sprecato Johnny Depp, ridotto alla copia insipida di se stesso in “Sleepy Hollow”, ma che almeno ci ha fornito il pretesto per una sua “apparizione” veneziana. Criticato da alcuni per il look “no global” con cui si è presentato alla conferenza stampa (pantaloni mimetici, kefia, t-shirt e cappellaccio) è stato invece molto ammirato dal pubblico femminile (me compresa!), per il suo sex appeal e i tratti gentili. In effetti, a Venezia, non tutto il glamour vien per nuocere…  

 

by TULIP

 

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